Ecofemminismo. Donne in lotta contro lo sfruttamento della terra

Era il 1974 quando una donna di nome Françoise d’Eaubonne pubblicò un libro dal titolo Le féminisme ou la mort. Il femminismo o la morte. Lei era un’attivista francese e con quel volume consegnò alle generazioni di femministe future un termine – e un concetto – da comprendere e sviluppare: “Ecofemminismo”, dove l’ecologia abbraccia il femminismo e viceversa. La d’Eaubonne ha cristallizzato un’istanza che i movimenti femministi stavano già indagando da qualche anno, ovvero la connessione tra il dominio dell’uomo imposto alla donna e le forme di oppressione che l’uomo stesso attua sull’ambiente. “I movimenti sociali femministi e ambientalisti hanno pensato fosse necessario unire queste due lotte, dando un’essenza intersezionale al movimento femminista, esprimendo da quel momento anche una rivendicazione apertamente anticapitalista”. Questo spiega Federica Giunta, attivista e ricercatrice, antropologa culturale, che attualmente vive in America Latina, dove si è avvicinata alle tematiche ecofemministe.

“Lo sfruttamento della terra e delle sue risorse ha le stesse radici e la stessa brutale applicazione della violenza sulle donne, che si esprime – anzitutto, ndr – attraverso l’abuso, lo sfruttamento e la sottomissione dei corpi femminili e femminizzati”. Si prenda ad esempio la produzione nelle filiere agroalimentari: alcune brutali pratiche di sfruttamento messe in atto su animali come le mucche da latte, “fabbriche di latte e vitelli” (come ben illustra Essere animali) o come le coniglie e le scrofe, sottoposte a coatta inseminazione artificiale, sono le medesime che vengono imposte alle donne braccianti. La giornalista Stefania Prandi ha raccolto nel volume inchiesta Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo le testimonianze di oltre 130 braccianti che in Italia, Spagna e Marocco lavorano sotto ricatto, sottoposte a quotidiane violenze fisiche e psicologiche, oltre ad essere sottopagate e sfruttate.

Opporsi alle “dinamiche competitive e aggressive proprie del capitalismo”, comporta “una limitazione dello spazio sociale e politico destinato al genere femminile”, relegato così “a una subalternità imposta e discriminatoria”. Conseguenza diretta è quel “dualismo di potere” che vede da una parte l’uomo, la cultura, e dall’altra la donna, la natura: entrambe, queste ultime, nel ruolo di chi dà vita e nutre. La donna in casa impiegata nei lavori di cura, non retribuiti, alle dipendenze di un uomo che invece guadagna ed è quindi autonomo. Un’oppressione le cui radici furono già analizzate da Friedrich Engels nel 1884 nel saggio L’origine della famiglia. “In queste condizioni storiche, molte donne – continua Giunta – hanno cominciato a rivalutare in maniera profondamente positiva tutte quelle dinamiche che le portavano ad essere più vicine alla natura e più connesse con il proprio territorio. Questa rivalutazione è avvenuta con la costituzione del movimento ecofemminista, che ha sì basi teoriche, però si concretizzò fortemente nelle pratiche quotidiane”.

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Abbracciando i principi che partono da queste teorie, alcune comunità sono riuscite a sovvertire lo status quo. “Nelle comunità zapatiste del Chiapas in Messico le differenze di genere non sono definite da costruzioni sociali imposte e le donne riescono a occupare uno spazio sociale e politico nettamente maggiore”. Il percorso è iniziato nel 1994, quando l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ha occupato i municipi del Chiapas con indigeni e contadini in protesta per la riforma agraria, e ha portato nel 2003 alla proclamazione dell’autonomia nei “caracoles”, dove le donne devono essere trattate come pari agli uomini. C’è poi l’esperienza del Rojava, nel nord della Siria, la cui società si basa sui valori della liberazione femminile, del radicalismo democratico e dell’ecologia, seguendo gli ideali del leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) Abdullah Öcalan e dell’ecologista Murray Bookchin. “Attraverso la Jinealogia – scienza delle donne – e la costituzione di uno stato autonomo, stanno dimostrando che la differenza di genere è necessaria al patriarcato per creare oppressione soprattutto attraverso la struttura statale e nazionalista”.

Altro è il caso del “movimento indiano Chipko di rinascita del potere femminile, dove inizialmente furono le donne della zona rurale del Rajastan a coinvolgere la popolazione locale nella forma pacifica di protesta di abbracciare e piantare nuovi alberi”. C’è il “popolo Sarayacu, nella Amazzonia ecuatoriana, dove si sta mantenendo il territorio chiuso da qualsiasi forma di estrattivismo per preservare quella che loro definiscono la ‘foresta vivente’ che dovrebbe acquisire gli stessi diritti di un essere vivente”; le “donne Mapuche, che in questo momento sono in prima fila nell’opporsi al governo e alle imprese come Benetton che vogliono sottrarre le loro terre ancestrali”, o il “Movimiento de los Trabajadores Rurales Sin Tierra del Brasile, dove le donne stanno creando delle comunità agroecologiche. Le donne keniote stanno portando avanti con forza e determinazione il lavoro di riforestazione e conservazione delle risorse naturali iniziato dal premio nobel Wangari Maathai per lo sviluppo sostenibile, la democrazia e l’emancipazione femminile”.

Di fronte alla narrazione di queste lotte, chi ascolta e osserva da lontano non può che domandarsi in che modo potrebbe essere ugualmente utile nella tutela del proprio ambiente e del territorio. Ci sono alcune buone pratiche, suggerisce Giunta, che non riguardano solo il semplice “riciclo”, ma anche le reti comunitarie di sostegno, l’agroecologia, laddove generi indipendenza economica dal mercato. Scegliere di adottare una dieta vegetariana e vegana, avere la possibilità di coltivare un piccolo fazzoletto di terra, per chi ce l’ha, scegliendo di prendere parte a realtà come quelle dei gruppi di acquisto solidale o di acquistare dai mercati contadini. In questo senso a Bologna le opzioni non mancano. Tre su tutte: l’associazione CampiAperti per l’autogestione alimentare, l’emporio di comunità Camilla o la cooperativa di contadini agricoltori Arvaia.

Roberta Cristofori

La donna zapatista della foto in evidenza è stata pubblicata su Flickr da Visual Research

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