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Il Cile di Moretti (con poco Nanni)

L’accattivante locandina del film ci mostra una Santiago del Cile che si stende con le maestose Ande innevate sullo sfondo sotto lo sguardo pensieroso di Nanni Moretti il cui profilo troneggia sullo skyline della capitale cilena. Uno la guarda e pensa: ecco “il golpe secondo Nanni”. Eppure, e forse non ce lo aspettavamo, negli 80 minuti di documentario Moretti non c’è. O, meglio, interviene (quasi sempre solo con la voce) esclusivamente quando serve. C’è quando dichiara la sua “parzialità” durante un colloquio in carcere con un ex militare golpista che chiede “un’intervista imparziale” a garanzia della propria onorabilità. C’è quando l’esule cileno Rodrigo Vergara, ex militante del MIR (movimento di sinistra rivoluzionario ed extraparlamentare persino quando il presidente cileno è un certo Salvador Allende) ed attuale console onorario a Modena, si commuove ripensando alla figura del cardinale Raùl Silva Henriquez. Egli si spese a tal punto contro le violazioni dei diritti umani operate dalla giunta militare di Pinochet da essere immediatamente “pensionato” nel 1983, al compimento del 75° anno di età, da San Papa Wojtyła. Parlando dell’ex cardinale cileno la voce di Vergara si rompe, gli occhi si perdono nel vuoto e affiorano le lacrime “…era come devono essere i cardinali”, dice. “Perché ti commuovi?” gli chiede asciutto Moretti. “Perché quando una persona merita rispetto, bisogna darglielo. E guarda che io non sono mai stato di quella sponda là eh! Sono marxista e ateo.”

Questo scambio è forse uno tra i più toccanti del film perché restituisce la sostanza di quella che fu l’Unidad Popular: la capacità di riconoscere in una pluralità di soggetti, definiti politicamente dalle azioni e dai programmi, il medesimo slancio ideale e la medesima visione del futuro del proprio paese. Nel Cile dell’Unidad Popular, pur con varie doverose riserve, anche il diavolo faceva il bagno nell’acqua santa.

Fu una breve, tragica e fantastica illusione. Il pluralismo, il rispetto per i processi democratici e per la Costituzione, la ricerca di una sintesi programmatica tra le diverse ideologie che componevano l’Unidad Popular furono la cifra del fascino che l’esperimento della “via cilena al socialismo” esercitò sulle sinistre di tutto il globo, e soprattutto sulla sinistra italiana. In questo fascino va cercata parte della motivazione che spinse gli italiani, in un unicum della propria storia nazionale, a schierarsi così apertamente in favore degli esuli cileni e dell’accoglienza (lavoro, casa, sanità, scuola) nei loro confronti. Il nostro paese, spesso abbastanza prono ai diktat dei pesci grossi della politica internazionale, per ragioni politiche interne decise di non riconoscere formalmente la giunta militare cilena, interrompendo le relazioni diplomatiche con il paese andino. Il documentario ricostruisce come la nostra ambasciata a Santiago divenne un baluardo di speranza e di garanzia per tutti coloro che riuscirono ad accedervi, spesso rischiando le pallottole dei militari golpisti posti a presidio della strada adiacente alla struttura.

Santiago, Italia in modo sintetico, pulito ed efficace, lascia parlare sostanzialmente i protagonisti dell’epoca. Moretti ha affermato il 9 dicembre, alla presentazione del film presso la Cineteca di Bologna: “in questo lavoro non ho inventato nulla”. La battuta salace, il ricordo intimo o familiare, la sdrammatizzazione, il pianto, lo sgomento, la ricostruzione storica, l’ideologia: sono gli ex esuli, veri protagonisti di quella stagione umana e politica, ad introdurre tutti questi elementi nel film, con una spontaneità e una genuinità che è propria solo dei testimoni diretti di un evento epocale. La selezione delle testimonianze operata dal regista garantisce un buon ritmo alla pellicola, mai noiosa. Il resto della narrazione è lasciato alle abbondanti immagini e ai video d’archivio, alle gracchianti voci metalliche delle registrazioni radio dell’epoca. C’è dunque poco da inventare quando si riannodano i fili di un evento quale è stato il golpe cileno dell’11 settembre 1973: dalla prima elezione democratica nella storia di un presidente dichiaratamente marxista, al bombardamento aereo del palazzo presidenziale, alla morte di Allende, alle torture, gli omicidi, le fughe e le sparizioni. Già il regista cileno Patricio Guzman, tra gli intervistati del film in qualità di testimone diretto, ha ricostruito magistralmente in forma di documentario gli anni del trionfo dell’UP, l’anno del golpe e le tragiche vicende successive. Non è dunque un’operazione analoga quella che Moretti ci ha proposto, bensì un tentativo riuscito di “crossover” in 4 capitoli: l’Unidad Popular, il golpe, l’ambasciata, il viaggio in Italia.

Santiago, Italia è un ottimo documentario, a tratti commovente, a tratti ironico, a tratti profondo e disincantato. Forse un po’ nostalgico e un po’ da “addetti ai lavori” di una specifica generazione (chi aveva 20 anni negli anni ’70). È principalmente, un prodotto di testimonianza, che difficilmente smuoverà le coscienze dei nostri “cattivisti” concittadini (sempre che questo fosse l’obiettivo del regista). Testimonianza di due paesi che non ci sono e forse non ci saranno più: il Cile di Allende e dell’Unidad Popular e l’Italia degli anni ’70, della militanza attiva, del più grande partito comunista del blocco occidentale, della passione politica, delle ideologie e della solidarietà senza valutazione costi-benefici. L’Italia dei “corpi intermedi” che all’epoca potevano essere i sindacati così come le figure di alcuni diplomatici (De Masi e Tedesco, che compaiono nel film) che hanno “stressato” le maglie del proprio ruolo istituzionale per salvare le vite di perfetti sconosciuti pur potendosi serenamente chiamare fuori da una situazione umanamente e professionalmente molto rischiosa.

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L’autore, per l’occasione rappresentato da Roby Baggio, insieme a Nanni Moretti e al Sindaco di Bologna alla presentazione del documentario alla Cineteca di Bologna.

Chi si aspettava un documentario militante che inciti alla resistenza contro la nuova barbarie post-politica italiana resterà deluso. Compaiono qua e là, nelle voci degli ex esuli cileni, spunti polemici verso l’Italia odierna, preda di pulsioni ormai sottratte alla sfera politica e ricondotte a quella di un’acefala e ragionieristica “sicurezza”, ma si tratta di una polemica amara, di chi ha vissuto l’epoca della grande solidarietà ed oggi si sente smarrito di fronte a un paese così profondamente cambiato. “Venni da esule in Italia e mi sembrava di essere nel Cile che aveva sognato Allende, oggi giro l’Italia e vedo le cose peggiori del Cile di allora: consumismo ed individualismo.”

In conclusione: è molto efficace, ancorchè agrodolce, l’operazione nostalgia che unisce la microstoria delle vicende personali alla macrostoria dei grandi eventi del Novecento. Cile e Italia, due paesi così lontani i cui destini s’incrociano per ragioni politiche prima ancora che culturali o economiche. Ragioni politiche figlie di una stagione che al momento sembra definitivamente abbandonata al campo del ricordo, l’unico che la sinistra italiana riesca ancora a maneggiare con cura. Chissà per quanto.

Francesco Neto

2 pensieri su “Il Cile di Moretti (con poco Nanni)

  1. Bell’articolo. Ma io non relegherei il lavoro di Moretti nel recinto delle accorate rievocazioni di un passato che non ritorna. A mio avviso, il merito del regista è stato quello di aver evocato un fantasma – quello dell’esito tragico della vicenda cilena – che pesò in modo silenzioso, ma determinante sulla vita pubblica italiana, inducendo prudenze e rinunzie che scontiamo ancora oggi. Non a caso, un’avvocatessa intervistata da Moretti afferma a chiare lettere di aver saputo che l’accanimento di CIA e Dipartimento di Stato contro il minuscolo e periferico Cile aveva molto a che fare con l’urgenza di inviare un ‘avvertimento’ ad Italia e Francia di non intraprendere la medesima strada…In un altra testimonianza, uno degli esuli cileni, parlando della scuola, accenna al fatto che il Cile sotto Pinochet ebbe anche la sciagura di essere la prima cavia di una integrale applicazione delle dottrine economiche monetariste di Milton Friedman e dei Chicago Boys, con drastiche controriforme che durano tutt’oggi (l’istruzione univerisaria gratuita per tutti sancita da Unitad Popular venne immediatamente sostituita da un costoso e classista sistema di studi superiori privati su modello americano, sistema tuttora in vigore e contro il quale inutilmente hanno lottato gli studenti cileni in un massiccio movimento di massa sviluppatosi negli ultimi anni e guidato da na ragazza ventenne). Cose con cui continuiamo a fare i conti anche noi oggi, nonostante i catastrofici esiti delle politiche monetariste (depressione in esssere dal 2008). Gli ultimi 3 minuti del film – non voglio chiamarlo ‘documentario’ – hanno poi l’intensita del miglior Moretti, quello che in ‘Caro Diario’ finissce il suo giro in vespa in un desolato ed abbandonato campo di Fiumicino….. uno dei momenti più beli del cinema italiano degli ultimi 40 anni. My five cents. Milton56

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  2. Buongiorno Milton56,

    ti ringrazio per il tuo feedback e mi trovo molto in linea con quanto da te aggiunto alla mia recensione, purtroppo in mille battute non sono riuscito a concentrare tutta la densità delle tematiche che hai giustamente rilevato e che compaiono in alcuni punti del film. Il tuo commento apre un’ulteriore finestra di analisi molto interessante che sviluppai qualche anno fa nella tesi di laurea magistrale, ma che ho effettivamente trascurato in questa breve recensione. Il primo esperimento neoliberista del secondo Novecento nasce nel Cile di Pinochet sotto la determinante supervisione statunitense, hai fatto bene a ricordarlo per chi volesse farsi un’idea ancora più articolata di quanti strascichi politici, sociali ed economici quella vicenda abbia prodotto negli anni a seguire (fino ai giorni nostri).
    Concordo anche sul giudizio degli ultimi minuti del film.

    Francesco Neto

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