Alla Farnesina la politica vince (quasi sempre) sulla competenza

Dopo il fallito referendum di Matteo Renzi e le conseguenti dimissioni, un altro governo è stato formato (il sessantaquattresimo governo dalla nascita della Repubblica Italiana). A ogni cambio di governo, solitamente avviene un rimpasto dei Ministeri. Ma, il nuovo governo Gentiloni è rimasto pressoché lo stesso di quello di Renzi; a parte il Ministero dell’Istruzione e l’incarico che aveva precedentemente ricoperto Gentiloni, il quale è “slittato” dalla poltrona di Ministero degli Esteri a quella di Presidente del Consiglio. Mentre, al Ministero degli Esteri gli è succeduto Angelino Alfano.

Ma partiamo dalla nomina di Alfano. Angelino Alfano proviene dal precedente incarico al Ministero degli Interni, che è sicuramente uno tra gli incarichi più prestigiosi e ambiti del Governo Italiano. Fra le funzioni ci sono la tutela dell’ordine pubblico (controlla le forze di polizia) e della vita politica nel paese; inoltre presiede il Consiglio Supremo della Difesa, un organo inter-ministeriale per provvede a dare ulteriori consigli in tema di difesa del territorio nazionale. Non c’è dubbio che il Ministero degli Interni è un ottimo trampolino di lancio per quello degli Esteri; non solo perché è il secondo ministero per ordine di importanza e di protocollo, ma anche per le alte funzioni svolte. Mentre, quello degli Esteri mantiene rapporti con tutti gli stati stranieri, e se pensiamo alle relazioni con l’Unione Europea e alle sue politiche sul territorio, questo ha anche un forte impatto sul territorio (lontano dall’immaginario elitario di fine ottocento).

Le competenze di stampo organizzativo non sono gli unici requisiti per presiedere alla Farnesina (palazzo dove risiede il Ministero degli Esteri); ma sono necessarie anche notevoli capacità di contrattazione, e in modo imprescindibile la conoscenza delle lingue straniere necessarie per comunicare, in primo luogo l’inglese. Campo nel quale, il nuovo Ministro non sembra aver dato una buona impressione. Le scuse di Alfano con Cecilia Malmström, oggi Commissario europeo per il commercio, sono un esempio di questa mancanza (i politici svedesi hanno questa brutta abitudine di sapere 6 lingue) e hanno già fatto il giro del web.

Da studente universitario di relazioni internazionali, posso dire che lo studio di questa disciplina non è semplice come si può credere; è necessaria una conoscenza di diversi temi: dall’economia, alla sicurezza internazionale, passando per la storia dei paesi, senza contare le varie normative e istituzioni globali. Tuttavia nessun essere umano ha conoscenze universali, per questo, dietro a ogni ministro esiste una vera e propria orda di tecnici e segretari che hanno competenze molto alte e sono pronti a consigliare il ministro, e che poco hanno a che fare con la politica. A tal senso una formazione, almeno universitaria in relazioni internazionali, che consenta una conoscenza a 360 gradi è senza ombra di dubbio una marcia in più, sopratutto se si presenzia a riunioni o si incontrano ministri e politici stranieri. Ancora oggi, le relazioni inter-personali a livello diplomatico non sono assolutamente da sottovalutare (Un esempio: il rapporto di Lavrov e Kerry, nonostante la divergenza di vedute).

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Sfera grande, opera di Arnaldo Pomodoro che si trova davanti la Farnesina. – Foto: esteri.it

Per fare il Ministro degli Esteri sono quindi necessarie 3 competenze: conoscenza dell’inglese, competenze politiche e studio della materia. Ma il problema non è tanto di Alfano in sé, quanto del sistema politico italiano e della spartizione degli incarichi in sede di formazione del nuove esecutivo (sopratutto se questo avviene all’interno di coalizioni). Degli ultimi Ministri degli Esteri dal 1990 in poi, solo 6 hanno avuto conoscenze pregresse o sapevano una lingua straniera. Mentre, dal 2000 in poi, i ministri alla Farnesina con un Curriculum apprezzabile in affari internazionali sono stati 4 su 8; fra questi 3 sono durati troppo poco per poter contare. Giulio Terzi (con il governo tecnico di Monti) un anno e mezzo, Renato Ruggiero (governo Berlusconi II) e Federica Mogherini neanche 8 mesi. La stessa deficienza cronica e la mancata continuità dei Governi Italiani, ha quindi investito anche il Ministero degli Esteri.

Se pensiamo alla Mogherini, molte sono state le critiche per la sua poca esperienza politica (iniziata solo nel 2008), quando ha ricevuto l’incarico da Renzi nel 2014. Nonostante questo, l’incarico della Mogherini come Ministro degli Esteri è stato presto convertito in una opportunità politica per aumentare la visibilità dell’Italia in Europa, attraverso l’incarico di Alto Rappresentante per gli Affari Esteri (il nome del ruolo è molto più alto). Il governo Berlusconi II era partito inizialmente con l’ottima nomina di Renato Ruggiero, per poi finire presto con le sue dimissioni, causate dalla divergenza di idee sulla condotta internazionale che voleva intraprendere Berlusconi. Al suo posto è poi arrivato Franco Frattini, che ha costituito un record di durata alla Farnesina (seguita anche da una riconferma nel Berlusconi III). L’operato di Frattini è stato però fortemente criticato a causa delle divergenze di politica estera rispetto alla storia italiana a riguardo. Frattini e Berlusconi hanno infatti accentrato i loro sforzi diplomatici verso Usa e Israele e hanno tenuto una condotta ben poco Europea.

Tuttavia, prima che Alfano ricevesse l’incarico, sono ventilati diversi nomi: Piero Fassino, Carlo Calenda, Pier Ferdinando Casini e Elisabetta Belloni. Quest’ultima, aveva sicuramente il Curriculum migliore tra la rosa di candidati: docente di scienze politiche, lunga carriera da ambasciatrice, oltre che alla conoscenza di Inglese, Francese, Spagnolo e Tedesco. Ma ancora una volta si è scelto la politica all’esperienza.

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Elisabetta Belloni – foto: Tgcom.Mediaset

L’Italia ha necessità di un Ministro degli Esteri con esperienza, un solido curriculum e un’ottima conoscenza delle lingue, almeno dell’inglese; o rischiamo di avere un ruolo sempre più marginalizzato nelle organizzazioni internazionali. La nostra difficoltà nell’avere una continuità ministeriale agli esteri è anche una delle motivazioni del perché la nostra elezione nel Consiglio di Sicurezza Onu è stata così difficile (raggiunta per il solo 2017 attraverso un accordo con l’Olanda). Molti governi hanno sacrificato la Farnesina per motivi di spartizione politica, invece che scegliere l’efficienza per il sistema paese, ma è ora di smetterla di essere così ottusi, ed è imperativo inserire al Ministero degli Esteri persone capaci di elaborare e gestire un progetto a lungo termine per la politica estera Italiana. Non possiamo di certo lamentarci se veniamo lasciati a margine di importanti incontri. Ma consoliamoci, almeno Gentiloni conosce l’inglese.

Riccardo Casarini

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