Estadio Nacional, il cimitero di Lima

Quando l’arbitro uruguajo Angel Pazos fischia, quel 24 maggio del 1964, a guardare il centro del campo dell’Estadio Nacional di Lima, in Perù, ci sono cinquantamila persone, forse di più. Ci sono i giocatori della squadra di casa e dell’Argentina, pronti a sfidarsi per le qualificazioni alle Olimpiadi di Tokyo del 1964. È una sfida importante, l’Albiceleste è prima nel girone, ma il Perù è secondo a pari punti con il Brasile. Quando l’arbitro fischia e il pallone si muove, però, nessuno sa che quando la palla si fermerà, il Perù non sarà più lo stesso, e più di trecento persone saranno morte.

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Alla fine del primo tempo, il risultato è ancora di zero a zero. È una partita bruttina, fisica, su un campo in pessime condizioni. Ma l’entusiasmo del pubblico non si ferma, e i tifosi continuano ad urlare, sia quelli sugli spalti che i tanti fuori. Sono talmente tanti quelli rimasti fuori che la polizia è costretta a chiudere i cancelli, per impedire lo sfondamento.

Al 15′ della ripresa Nestor Manfredi segna per l’Argentina. Ma il Perù non si lascia intimidire e continua ad attaccare spinto dai cori della gente. E al 38′ arriva l’episodio che potrebbe cambiare la sorte della partita e invece cambierà il destino del Perù.

Andres Bertolotti, difensore ospite, si prepara a rinviare lungo, ma sul rilancio irrompe l’attaccante peruviano Lobaton, che alza la gamba e colpisce la palla. Il pallone entra in rete. Esplode la bolgia, in campo e sugli spalti. Ma mentre il Perù intero festeggia, il capitano dell’Argentina Roberto Perfumo va a muso duro contro il direttore di gara. È gioco pericoloso, dice, ha alzato troppo la gamba. Le immagini non aiutano. Ma l’arbitro accetta la protesta ed annulla la rete.

Il pubblico capisce rapidamente cosa è successo. E le grida di gioia si tramutano in rabbia. Victor Melasio Campos, soprannominato El Negro Bomba, ed Edilberto Cuenca, scavalcano le recinzioni della curva e puntano l’arbitro, riuscendo quasi a raggiungerlo. La polizia però ha capito che la situazione è esplosiva, ed è scesa in campo in forze. Fermano i due a pochi passi dall’arbitro. Ma dopo averli fermati, aizzano contro di loro i cani e cominciano a malmenarli, tanto che Cuenca sviene. Il resto del pubblico lo vede cadere a terra, sotto i colpi dei poliziotti.

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Il pubblico insorge. Dagli spalti volano gli oggetti più disparati, e tante altre persone provano a gettarsi in campo. L’arbitro fischia la fine e si infila ad alta velocità negli spogliatoi, mentre dal tunnel escono decine di poliziotti. Poi, nei giorni successivi, dichiarò che “continuare sarebbe stato rischioso”. La decisione di interrompere la gara invece si rivelò terribile.

La gente cerca rabbiosamente di scontrarsi con la polizia in assetto antisommossa. Per tutta risposta, Jorge de Azambuja, il comandante delle squadre schierate allo stadio, ordina di lanciare i lacrimogeni sulla folla, direttamente sulle gradinate. In quel momento la maggior parte dei tifosi, che non aveva intenzioni bellicose, si fa prendere dal panico. La fuga verso le uscite è precipitosa, e tanti vengono travolti. Ma il panico si trasforma in terrore animale quando i primi giungono ai cancelli e li trovano sbarrati. Cercano di tornare indietro, ma il branco corre verso la salvezza senza sapere che salvezza non c’è.

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Grida. Gas. Lacrime. Sangue. Ed in tutto ciò ci sono i calciatori delle squadre, chiusi all’interno degli spogliatoi, che stanno proprio al di sotto delle gradinate, che sentono tutto ciò che succede al di sopra delle loro teste.

I cancelli, dopo minuti interminabili, vengono aperti, scardinati dalla pressione dei corpi, vivi e morti. In quel momento, appena gli occhi tornano a vedere la luce e le menti hanno nuovo spazio ed ossigeno, il panico si trasforma in rabbia vendicativa. Comincia una caccia all’uomo con come preda i poliziotti. Quattro agenti vengono uccisi, altri 15 feriti. L’isteria vendicativa dei tifosi si diffonde in tutta la città. Molte auto vengono date alle fiamme, negozi saccheggiati, bar distrutti. Un incendio si scatena pure nella fabbrica di pneumatici. Le due squadre e l’arbitro vengono fatti uscire solo alle 20.30, mentre la polizia riprende il controllo della città a notte fonda.

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Il giorno dopo arriva il momento della conta. Il terreno di gioco si trasforma in cimitero, pieno di corpi straziati e di parenti in lacrime a cercare figli, padri, fratelli, sorelle. Ufficialmente i morti saranno 312, ma la cifra reale è ancora più alta, perchè secondo varie inchieste molti molti vennero nascosti e sepolti poi in fosse comuni al di fuori della città. I feriti più di quattromila.

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Il governo proclama sette giorni di lutto nazionale, mentre il CIO sudamericano impone la fine del torneo preolimpico, senza disputare le restanti gare. Lo stadio viene chiuso. Due persone pagano per tutta quella giornata di sangue. Il primo è Victor Campos, El Negro Bomba, che viene arrestato. Il secondo è Jorge de Azambuja, il capo della polizia, che viene condannato a 30 mesi di reclusione.

Tutti gli altri impuniti. Ma più di trecento persone rimangono lì. E volevano solo guardare una partita di calcio.

Marco Pasquariello

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