La migrazione ai tempi di hashtag e app

Ovvero di come Internet, social media ed app stiano influenzando la migrazione dei rifugiati
Quanto dobbiamo sorprenderci del fatto che i rifugiati siriani abbiano uno smartphone? chiedeva pochi giorni fa James O’ Malley su l’Indipendent. Ben poco, si dovrebbe rispondere, perché la Siria non è un paese ricco ma non è neanche così povero da non permettere ai propri cittadini di acquistare uno smartphone di medio livello.
Anche le cosiddette Primavere Arabe avrebbero dovuto portare alla stessa domanda, visto che gran parte delle manifestazioni furono organizzate attraverso smartphone e social media, ma non ci fu lo stesso sgomento in risposta alle foto che ritraevano i giovani egiziani armati di 3G. In realtà in entrambi i casi la popolazione in difficoltà ha utilizzato wifi, connessione 3G ed le potenzialità della Rete per ricevere informazioni utili, scambiarsi consigli e anche a sopravvivere.
La crisi europea e mondiale coincidente con la migrazione dalla Siria che conta 4,087,139 rifugiati (dati UNCHR) in cerca di asilo è già da mesi ampiamente raccontata dai media su carta e web ma è specialmente dal social web che grazie all’attività di giornalisti e reporter sul campo e quella dei migranti stessi (i quali, per l’appunto, utilizzano gli smartphone e la Rete) che si possono trarre dei dati sulla percezione dei fatti da parte dei cittadini europei.
Aprendo un social media come Facebook o Twitter e ricercando i termini relativi alla crisi in corso quali per esempio #refugeescrisis, #marchofhope, #Syria o #Refugeeswelcome è semplice comprendere quanto questi si siano diffusi.

Questa mappa mostra come l’hashtag #Refugeeswelcome si diffonde in Europa nelle ultime 24 ore.

Le zone “calde”, i paesi dove i cittadini si stanno dimostrando più attivi nel manifestare la volontà di accogliere rifugiati e migranti nel proprio paese, sono Germania, Regno Unito e Spagna.
Facendo invece una breve analisi su Hashtagify è chiaro quali siano ad oggi gli argomenti correlati a #Refugeeswelcome. 


I social network, principalmente Facebook e Twitter, sono diventati negli ultimi mesi un punto di incontro tra la ricerca d’aiuto da parte di migranti e rifugiati che stanno scappando dalla guerra e i cittadini europei, che di fronte al loro arrivo sulle coste mediterranee sembrano sempre più propensi ad accoglierli.
Ci sono per esempio i cittadini britannici, che da settimane si sono battuti per indirizzare il leader David Cameron verso una politica migratoria più morbida tramite diverse petizioni e conseguenti appelli sui social. La raccolta firme lanciata da l’Indipendent e diretta al primo ministro del Regno Unito ha superato ad oggi le 380 mila firme ed è notizia di qualche giorno fa che lo stesso leader del Partito Conservatore, prima restio nel compiere decisivi passi in avanti riguardo la crisi in atto, ha promesso di designare 100 milioni di sterline alla manutenzione di campi profughi sul confine siriano, probabilmente anche a fronte dell’intensa pressione suscitata dai suoi cittadini.
Che poi tra lo scrivere un hashtag su Twitter e l’agire concretamente ci sia un passo in più che non tutti gli utenti in questione compiranno, è un’altra questione ma tra le immagini, i reportage e le dirette su Periscope (sì, l’ha fatta Paul Ronseheimer del Bild) sono molte le storie che arrivano direttamente sul nostro schermo senza essere filtrate da agenzie di stampa o opinioni fuorvianti.(Abbiamo raccontato su queste pagine la storia di Sam che, grazie a WeChat e Facebook ha raccontato il suo viaggio dalla Siria all’Europa in viva voce, ndr). E sono molti, inoltre, gli aiuti ed i consigli che possono essere scambiati tra rifugiati e cittadini europei, o tra i rifugiati stessi, attraverso i social media. Basti pensare all’utilità di Google Maps per tracciare un possibile tragitto verso un’auspicabile vita migliore in Europa, o alla condivisione di questo o di altri consigli in gruppi Facebook creati appositamente anche per evitare posti di blocco sconvenienti o per trovare un alloggio.
Non solo parole e hashtag arrivano dal mondo della tecnologia per sostenere ed aiutare rifugiati e migranti: numerose sono anche le applicazioni create sia per aiutarli mentre percorrono il loro viaggio per trasmettere loro informazioni essenziali per superare l’impatto iniziale nel nuovo paese di accoglienza un volta arrivatici.

Di seguito qualche esempio.
AutoCV App: sviluppata da una startup svedese chiamata SelfieJobs, grazie a questa app i migranti appena arrivati in Europa e con smartphone alla mano possono cercare lavoro nella loro lingua inserendo facilmente i loro dati e i loro curriculum.

Gherbetna: ideata da un giovane sviluppatore siriano, Gherbetna nasce dall’esperienza diretta del suo creatore, a sua volta migrante siriano residente in Turchia da qualche anno. Questa app, il cui nome in arabo significa solitudine, contiene una lista di lavori disponibili in Turchia, diversi consigli per superare e velocizzare i cavilli burocratici tipici del primo arrivo e molte altre utili informazioni sul Paese in questione. Un contributo significativo visto che tra i 1.7 milioni di espatriati siriani la metà finisce per stanziarsi in Turchia.

My life as a refugee: creata dal UNCHR nel 2012, questa applicazione cerca di creare empatia tra mondo occidentale e rifugiati attraverso un gioco di ruolo. “Ogni minuto, otto persone devono scappare da una guerra, da una persecuzione o dal terrore. Se il conflitto coinvolgesse la tua famiglia, cosa faresti?”, si legge nell’homepage che presenta l’app. Questa app permette all’utente di “vivere” virtualmente le difficoltà che deve superare un profugo durante la sua migrazione. Nonostante l’autorevolezza dell’UNCHR e tutta la buona volontà con cui è stato creata, My life as a refugee presenta un lato grottesco decisamente evidente nel suo “giocare a fare l’immigrato”.

Welcome to Dresden: ideata e creata da due compagnie IT tedesche contiene informazioni utili ai rifugiati appena arrivati a Dresda per registrarsi ed entrare in contatto con le autorità locali, ricevere un’assicurazione e trovare il modo per iniziare un nuova vita nella città tedesca. “Visto che nei primi mesi dal loro arrivo non possono che aspettare una sentenza, è questo il momento in cui c’è maggiore bisogno di aiuto.” Secondo quando dichiarato al Guardian  da Peggy Reuter-Heinrich, CEO di una delle due compagnie creatrici, l’app è in grado di aiutare i migranti più dei fogli di carta in un momento di grandi difficoltà e confusione.

Fluchtlinge Willkommen: questa app tedesca che viene anche chiamata la “Airbnb per rifugiati”vuole mettere in contatto rifugiati e profughi approdati in Germania e in Austria con cittadini tedeschi e austriaci che abbiano a disposizione un letto in più. Il sistema funziona in modo simile a Airbnb e Couchsurfing: si registra la propria abitazione/posto letto, un’organizzazione che lavora con i rifugiati si occupa di far incontrare l’offerta di alloggio con le esigenze dei rifugiati ed in poco tempo si sarà in grado di ospitarli.
Professionisti o semplici cittadini non sono i soli che attraverso la tecnologia stanno cercando di portare il proprio contributo alla crisi migratoria in atto. Google, colosso di Mountain view, ha donato 1.1 milioni di dollari a organizzazioni umanitarie che stanno operando sul territorio, lanciato una piattaforma per incentivare le donazioni e creato un trabocchetto per aumentare la consapevolezza.
Talmente tante possibilità per utilizzare lo smartphone o il laptop in maniera funzionale che neanche i millennials potranno dire di non essere stati avvertiti che qualcosa, effettivamente, è possibile fare anche da uno schermo.

Valentina Tonutti
@vatonutti
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