Appino, "Grande Raccordo Animale" (2015)

Voi altri vi annoiate perché non avete una vita interiore!” tuonava mio padre

(Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, 1963)


Si faccia una vita interiore, di studio, di affetti che non siano soltanto di “arrivare”, ma di “essere” e vedrà che la vita avrà un significato

(Cesare Pavese in una lettera a Fernanda Pivano, 1944).

Ci sono giorni in cui la solitudine è un vino inebriante che ti ispira libertà, altri in cui è un tonico amaro, e altri ancora in cui è un veleno che ti fa sbattere la testa contro il muro

(Colette, 1937)

 
Ascoltare gli album da solista di Andrea Appino dopo aver ballato e cantato tutte le canzoni degli Zen Circus con un livello di stonataggine e un tono di voce tanto alto da inimicarsi praticamente tutto il vicinato è un po’ come leggere il diario personale di un qualcuno di cui conoscevamo solo la facciata pubblica. Il fatto che il cantante pisano abbia deciso di permetterci di andare oltre la maschera sociale e i toni accesi delle canzoni da serata in compagnia non può non svelarci, in una dimensione micro, qualcosa in più su di lui, ma anche, da un punto di vista più universale, sulla necessità di raccontare se stessi come individui isolati, di mostrare come siamo quando rimaniamo da soli. È innegabile l’enormità del bisogno che tutti noi, come esseri umani, abbiamo di conoscere profondamente noi stessi e di (se non possiamo amarci) quantomeno di accettarci, perché ogni cosa è volatile, passeggera, aleatoria, e siamo noi stessi e soltanto noi stessi le uniche persone con cui passeremo il resto della nostra vita.
 
Andrea Appino, che “non credo negli slogan, li trovo inutili quanto i tweet”, dopo aver esplorato i legami e i rapporti umani nel suo primo album da solista Il Testamento (2013), vira verso mari più oscuri e nebulosi, accompagnandoci con un tuffo piroettante e deciso nel tema del cambiamento e del viaggio, che è una metaforica immersione nel Sé e nelle screziature della propria anima. Il frontman degli Zen Circus si spoglia di (almeno parte del) nichilismo feroce e mordace che contraddistingue la band pisana e della critica sociale. La bellissima Ulisse che apre il disco mettendoti addosso un’esigenza di partire fisica, un pizzicore allo stesso tempo fastidioso e stimolante, poiché è solo andandocene da un qualsiasi luogo che possiamo sentire l’esigenza di tornarvi, tanto più se si tratta di tornare a casa o (per citare Moni Ovadia) di tornare a se stessi.
 
Il tono malinconico di Rockstar, lontano anni luce dai riff ossessivi e danzerecci di Nati per subire o di Canzoni contro la natura, senza per questo essere meno coinvolgente, è un alito di vento malinconico che ti sussurra all’orecchio che il tempo passa e non si ferma per nessuno e che la vita non ti aspetta e non ti aspetterà se non inizi a viverla.
 
se avessi studiato
ora magari sarei professore
di quelli un po’ trasandati
affascinante giovanile
le studentesse mi chiederebbero di uscire
io farei il superiore ma pio
gli do il numero di cellulare
 
L’ironia caratterizzante è sempre presente, anche se in una forma più delicata, dolce-amara. Ma probabilmente è proprio in Grande Raccordo Animale, terza traccia, 3 minuti e 35 secondi di auto-analisi quasi terapeutica che Andrea Appino presenta il messaggio di fondo dell’album, presentando come una sua caratteristica la sensazione condivisa da tutti coloro che non riescono a trovarsi, a non sentirsi apolidi in un mondo di certezze e apparenze.
 
Io non so la forma
né la densità
non ho le giuste proporzioni
non so la quantità
ma sono certo di volere
si chiama volontà
e se volere è sapere
io so la verità
Io non so la forma
né la densità
non ho le giuste proporzioni
non so la quantità
ma sono certo di volere
si chiama volontà
e se volere è sapere
io so la verità
 

 

C’è una velata e dolce tristezza nei testi di Appino, una sensazione spalmabile come una densa crema alla nocciola, qualcosa di amaro e pungente. Passeggero e delicato, qualcosa che se ne andrà, che si può trasformare in creatività e in malinconiche lacrime di comprensione, perché la tristezza è umana, ed può essere necessaria a farci sentire vivi.Sono la depressione e la disperazione che mettono radici dentro di noi e ci cambiano, ci trasformano in persone diverse, rendendoci fragili e atomizzandoci in un universo nero e straniante.
 
Sofia Torre 
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