Proposta di riforma del 25 aprile

25 aprile italian

Di questi tempi il termine “riforma” in Italia va molto di moda. Infatti in cima alla lista delle priorità dell’attuale governo targato Matteo Renzi ci sono proprio le “riforme”. Riforma della costituzione, riforma del sistema elettorale, riforma della pubblica amministrazione, riforma della scuola, riforma del mercato del lavoro (il “jobs act” perché in inglese fa più fico e più Obama), riforma delle pensioni eccetera eccetera.
Già che ci siamo perché non riformiamo il 25 aprile? Non che sia da buttare. Tutt’altro. Dal mio punto di vista è una celebrazione estremamente sottovalutata sia dall’opinione pubblica che dai rappresentanti della politica e della società civile. Il parziale discredito nasce principalmente dalla compresenza di molteplici narrative contrastanti sulla resistenza e su quel determinato momento storico.
Dunque esistono margini di miglioramento. In ottica di breve ma, soprattutto, di lungo periodo.
Poniamoci il problema: quando, per l’inesorabile scorrere del tempo, ahimè, coloro che hanno vissuto con i loro occhi la resistenza, non ci saranno più, quale storiella a scopo educativo noi racconteremo ai nostri figli? Dirli che i loro bisnonni o trisavoli hanno strenuamente combattuto per la loro libertà, suonerà come qualcosa di lontano, scritto solamente sui loro libri (sempre che un domani ne esistano ancora) di scuola, poco tangibile, per non dire poco credibile. La nostra generazione, si troverà in grande difficoltà a parlare di fatti e avvenimenti che già ora appaiono un po’ sbiaditi. E se noi li conosciamo male, figuriamoci come potrebbero assimilarli e interpretarli i nostri più giovani interlocutori.
Ecco allora portiamoci avanti con il lavoro e appunto cominciamo a riformare “La festa della liberazione”.
La mia personalissima e, quindi, assolutamente opinabile, proposta in tal senso, prende le mosse dalla semantica. Liberazione sì, ma da chi? Dall’esercito nazifascista, ovviamente. E che cos’erano il nazismo e il fascismo? Due regimi oppressivi, illiberali, antidemocratici, spersonalizzanti, dittatoriali, criminali, disumani, disgustosi, feroci e bellicosi.
Il nocciolo della questione è il seguente: mentre purtroppo le gesta epiche dei nostri avi perderanno inevitabilmente di incisività con la scomparsa di chi le ha compiute, il ripudio di tali forme di esercizio del potere e delle conseguenze che ne dipendono è senza tempo.
Tuttavia l’antifascismo va coltivato e nutrito, focalizzandosi su ciò che è stato il regime guidato da Benito Mussolini: la pagina più buia della storia del nostro paese. Senza se, ma e però. Concentrarsi su questo elemento è cruciale affinché tutto ciò che è successo nel secolo scorso non si ripeta mai più. Affinché chi viene dopo di noi non si faccia abbindolare da leader carismatici con la risposta pronta in tempi di crisi. Affinché gli idioti che si vestono di nero, sdoganati recentemente da Matteo Salvini, scompaiano mano a mano e non ne spuntino di nuovi. Affinché l’antifascismo non sia una bandiera di una sola parte politica ma diventi un bene comune.
Non me ne vogliano i partigiani ma urge una riforma concettuale che metta meno l’accento sulle loro fondamentali battaglie e insista di più sulle nefandezze degli autoritarismi. Magari potremmo avere successo dove loro hanno, incolpevolmente, fallito: attribuire finalmente una funzione mitopoietica e unificante al 25 aprile, oltre a quella “meramente” commemorativa che riveste oggi.

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