Nymphomaniac vol. II – Lars von Trier (2014)

Fatte queste premesse, è arrivato il momento di parlare veramente della seconda parte di Nymphomaniac. Avevamo lasciato la nostra Joe, ancora ragazza, in preda al suo complesso di Elettra che salta fuori più che mai nel momento della morte del padre.

Joe è ancora sdraiata a letto e abbiamo perso il conto delle tazze di thé con il latte portate intanto da Seligman, ed inizia così raccontando l’evento centrale di tutta la sua vicenda. Vediamo attraverso la lente della sua memoria la protagonista bambina, immersa nel verde, vivere una vera e propria estasi: il suo corpo è sollevato in aria, saturo di luce e di godimento, in preda ad un vero e proprio orgasmo spontaneo. Affianco a lei due donne: da un lato Valeria Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, una delle più antiche ninfomani conosciute storicamente, e dall’altra parte la grande meretrice di Babilonia. Sacro e profano si incontrano in quella che appare come la “nuova narrazione blasfema della trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor”, come azzarda Seligman. Qualcosa di molto simile alla Transverberazione di santa Teresa d’Avila (meglio conosciuta come Estati di santa Teresa) del Bernini, incarnazione dell’erotismo sacro, ricongiungimento dell’uomo con Dio nell’eros. Ricordiamoci anche che santa Teresa fu dichiarata posseduta dal demonio e ad un certo punto della sua vita si pensò di esorcizzarla. Volendo chiarire meglio il concetto di possessione, con tutte le accezioni che essa può contenere: “Il Possesso è un Male, anzi, per definizione è IL Male: quindi l’essere posseduti è ciò che è più lontano dal Male, o meglio, è l’unica esperienza possibile del Bene, come Grazia, vita allo stato puro, cosmico”. Indovinate chi lo dice? Sempre lui, Pasolini.Ci viene svelato un secondo fatto fondamentale nei primi dieci minuti di questo Vol. II: Seligman è vergine, non è mai stato con una donna. Ancora di più, egli si definisce “asessuale”. Ed ecco che subito dopo cita in sequenza le tre opere di cui abbiamo precedentemente parlato: I racconti di Canterbury, Il Decameron, Le mille e una notte. Ne parla per dimostrare come il tema dell’asessualità sia stato trattato da diversi grandi autori nel corso della storia e quanto sia meno inusuale di quanto si possa pensare.

Si torna al racconto della vita di Joe e aumentano gli elementi diabolici raccolti attorno alla sua figura: rimasta incinta di Jerôme, nel momento del parto le sembra di vedere il figlio riflesso sorriderle in modo satanico. E prontamente Seligman ci ricorda come questo topos sia stato trattato da Thomas Mann nel Doctor Faustus. Come avremmo potuto facilmente immaginare, Joe non è affatto tagliata per fare la madre. E non è nemmeno tagliata per la monogamia. Jerôme ne prende atto, e in un gesto di vero amore le concede di essere libera e condividere esperienze sessuali con altri uomini, poiché egli è consapevole di non poter umanamente saziare tutte le sue necessità. 
Ricominciano così le avventure erotiche di Joe, che la conducono alla porta di un “professionista”: K (chi avrebbe mai detto che un giorno Billy Elliot avrebbe frustato sul posteriore Charlotte Gainsbourg? Questa è la magia del cinema). K è un uomo che attraverso l’attuazione di un vero e proprio rito riesce a far godere sessualmente Joe (alla quale darà il nome in codice “Fido”), forse per la seconda volta nella sua vita dopo l’estasi giovanile. Dove sta la particolarità? Nel fatto che lei raggiunga l’orgasmo non in seguito ad un atto sessuale, ma grazie ad una vera e propria sottomissione fisica compiuta con un numero ben definito di frustate. Questa forma di masochismo le consente di espiare quello che lei vive come un costante senso di colpa. Sì, dichiarerà di non vergognarsi di ciò che è, ma allora perché confessarsi con Seligman come per voler legittimare le proprie azioni? Chi non ha nulla di cui pentirsi, non ha bisogno di qualcuno che giustifichi il proprio comportamento. Nella fase della sua vita in cui ogni giorno è vissuto nell’attesa dell’incontro con K, “l’angoscia e la miseria esistenziale erano legati all’ansia dell’attesa del piacere e allo stesso piacere” (Pasolini, Petrolio). Pur di non rinunciare ad uno di questi appuntamenti, Joe lascia il figlio solo in casa di notte, e Jerôme lo ritroverà in lacrime appoggiato alla ringhiera del terrazzo, sotto la neve. Anche questo ci ricorda qualcosa: la scena iniziale del film dello stesso von Trier, Antichrist. Jerôme pone Joe davanti ad un bivio, un aut-aut: uscire un’altra notte per vedere K o rimanere a casa con il figlio. Da questa decisione non si tornerà più indietro. Joe ovviamente sceglie K.

Non riuscirà nemmeno nel tentativo di intraprendere una terapia, se ne tirerà fuori molto velocemente dichiarando forte e chiaro che nessuno sarebbe riuscito a soffocare il suo essere per il solo motivo di non disgustare la borghesia. “Io sono una ninfomane e adoro me stessa per questo. Ma soprattutto adoro la mia fica e la mia lussuria sconcia e oscena” – scena suggellata dai Talking Headssparati a palla. Decide di mettersi quindi in società con L (Willem Dafoe) per un’attività di “recupero crediti”, ovvero estorcere denaro a uomini in debito con i clienti di L. “La solitudine in cui di colpo si trova è lo stato necessario perché il mondo sia suo” (Pasolini, Petrolio). Sotto suggerimento di L, sceglie una ragazza a cui insegnare il lavoro e che possa succederle negli affari: P. Diventerà la sua madrina in tutto e per tutto, finché la loro relazione non si trasformerà in storia d’amore (passatemi il termine perché parlare d’amore in questo film è veramente una forzatura), la quale finirà appena Joe scoprirà che L ha iniziato una relazione con Jerôme. E qui torniamo alla scena iniziale: Joe era a terra perché picchiata da Jerôme, dopo aver tentato di ucciderlo puntandogli addosso una pistola. Siamo alla fine di questa lunga e terribile storia. Joe decide di fare definitivamente a meno del sesso. Happy ending? Non credo proprio. 


Qualche minuto dopo vediamo la porta riaprirsi, Seligman in pigiama avvicinarsi a lei nel tentativo di violentarla, un colpo di pistola, passi, buio.

Insomma alla perversione non c’è scampo. La donna è, e rimane, fino alla fine del film la tentazione, il demonio, la mania. Se Joe non fosse entrata nella vita di Seligman probabilmente lui non avrebbe mai sentito il bisogno di esprimersi sessualmente, ma invece, sottoposto alla lunghissima narrazione della donna, non può che esserne eccitato e quindi tentare di violentarla, portandola ad ucciderlo. Alla fine Joe non si salva: aveva scampato per un pelo il pericolo di divenire un’assassina, ed ecco che la sua controparte maschile la pone di nuovo di fronte alla messa in atto della sua devianza. Ma quindi Seligman è un buono trasformato per colpa della tentazione femminile incarnata da Joe, o è semplicemente un represso che ha passato la vita a nascondersi dietro la sua verginità per sentirsi migliore? Non possiamo saperlo. 


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Certo è chiaro come sia l’elemento femminile a scatenare la violenza anche nell’uomo buono. Come per il Pasolini post-abiura, anche per von Trier “l’ostentazione di tutti questi amori che legano le coppie – amori fatali e manifestamente carnali, come la permissività consente, anzi, impone – rivela chiaramente che si tratta di rapporti profondamente insinceri” (Petrolio). La lunghissima e desolante storia di Joe è semplicemente la metafora dell’evoluzione dell’erotismo nella società attuale. Dopo l’iniziale estasi, la donna passerà la vita a ripetere meccanicamente l’atto sessuale sperando inconsciamente di poter riprovare un’altra volta quell’esperienza mistica. Questa reiterazione svuota di senso l’amore, il sesso, il desiderio, gli organi genitali sono solo stantuffi che si muovono alla ricerca di qualcosa che non arriverà mai. Il corpo di Joe diviene merce, mezzo per il soddisfacimento del desiderio altrui. Non è forse il coronamento del nostro stile di vita consumistico? Oggi tutto è concesso, basta pagare. Ma talvolta nemmeno quello è necessario. E questa totale e definitiva liberalizzazione non è forse realizzata nel corpo della donna? Dalla prostituzione, alle veline, passando per le pubblicità dei biscotti in cui comunque per vendere è necessario inserire il corpo nudo di una donna, e le quote rosa. Dall’estasi originaria, attraverso la coazione a ripetere e lo sfruttamento volontario del proprio corpo, sino ad una presunta negazione della sessualità (irrealizzabile). Per rendere tutto ciò più realistico von Trier ha scelto di utilizzare corpi di donne emaciate, al limite dell’anoressia, decisamente non “belle” dal punto di vista estetico. D’altro canto nella sua visione sembra che causa di tutto ciò sia proprio la donna. Difficile trovare una visione più maschilista della sua. Ma non è forse vero che l’industria del porno, la politica, i media, sono storicamente in mano a maschi bianchi occidentali? Quindi è la donna la tentazione diabolica, o l’uomo l’avido approfittatore che trova nella perversione femminile il capro espiatorio che invece gli consente di agire come meglio crede? Lascio a voi il giudizio finale. 


Chiaramente non si può far di tutta l’erba un fascio, ma si cerca di ragionare in termini antitetici rispetto a quelli del regista danese, che sicuramente ha difficoltà a cogliere le sfumature. Lo scopo della sua fatica è ovvio: una vera e propria analisi della nostra società (malata) portata avanti attraverso la storia di una donna (malata). Ma il problema sta nelle scelte estetiche. Se già Pasolini negli anni ’70 aveva compreso come la messa a nudo dei corpi umani e dei genitali, la rappresentazione dell’osceno, del sesso, non potessero essere veramente capiti dal pubblico, e si riducevano quindi a prodotti perfetti per i voyeurpiù ostinati, allora forse von Trier pensando di fare un’operazione sconvolgente, ha invece semplicemente riproposto la solita zuppa riscaldata. Abbiamo veramente bisogno di curiosare attraverso il buco della porta di Joe per rimanere destabilizzati? Non credo proprio. Tutto si riduce ad una banale ostentazione, che proprio per la sua noia impedisce di cogliere il messaggio che vi sta dietro. Ma d’altronde questo è il cinema di Lars von Trier, che la cosa piaccia, o meno.

Roberta Cristofori


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Un pensiero su “Nymphomaniac vol. II – Lars von Trier (2014)

  1. Credo che l'antesignano pasoliniano alle tematiche di “Nymphomaniac” sia da ricercare ancora prima degli anni '70 e della “Trilogia della vita”, e più precisamente in “Orgia”, opera teatrale del '66. Come egli stesso descrive nel prologo della sua opera, essa contiene già «una teorizzazione della comunicazione sessuale come linguaggio», filtrata dalla sua doppia natura che, come giustamente notato, si ritrova anche in “Petrolio” (e in quasi tutto Pasolini, mi permetto di dire). E soprattutto è la diversità sessuale (che sia il rapporto sado-masochistico, l'omosessualità o la ninfomania) quel vettore che, sempre citando Pasolini, «ha aperto una breccia nelle mura della città», stracciando le convenzioni borghesi e generando l'esilio verso la solitudine di cui i personaggi di “Nymphomaniac” e lo stesso Pasolini si fanno testimoni.

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