"Venere in pelliccia" di R. Polanski (2013)

C’è un solo modo per capire se un film è piaciuto agli spettatori in sala: i titoli di coda. Se dopo la fatidica parolina “fine” nessuno si alza, ma si rimane seduti sulla poltrona col naso all’insù, a contemplare quelle parole che scorrono sullo schermo, il film è decisamente piaciuto. Si rimane seduti come nella speranza che quella non sia veramente la fine, ma piuttosto uno scherzo del regista, e che dopo qualche minuto ricomincerà il film. Si rimane seduti perché quando ci si immerge negli abissi di un’opera cinematografica, il finale ci colpisce come un piccolo trauma: simile a quella sensazione che si prova quando la sveglia interrompe un bellissimo sogno e allora si rimane nel dormiveglia, si conserva il sonno, per provare a ricominciare quel sogno da dove lo si era lasciato.
Crepax


Questo è ciò che accade al termine della proiezione di Venere in Pelliccia, l’ultimo lavoro di Roman Polański. Il pubblico attendeva con ansia il ritorno sul grande schermo del regista, che con Carnage (2011) aveva stupito e ammaliato sia la critica che gli spettatori. Come per quasi tutti i suoi film, anche in questo caso ci troviamo di fronte all’adattamento cinematografico di un’opera teatrale sceneggiata daDavid Ives, che a sua volta traspone il romanzo omonimo del 1870 di Leopold von Sacher-Masoch. Se vi state chiedendo come mai il cognome di quest’uomo ricorda molto il termine “masochismo”, ebbene sì, è proprio come pensate. Si tratta infatti di un romanzo erotico, che narra la vicenda autobiografica dello scrittore Sacher-Masoch, il quale decise, assieme all’amante Fanny Pistor, di stipulare un contratto che l’avrebbe reso suo schiavo. Nel romanzo egli cambiò il nome della donna in Wanda von Dunajew, nome che a sua volta la moglie, Aurora von Rümelin, utilizzò come pseudonimo quando decise di pubblicare le proprie memorie.


Si tratta in un’incredibile storia di scatole cinesi. Infatti Polański prende questa vicenda e ne fa un film a sua volta estremamente autobiografico. Il protagonista si chiama ora Thomas ed è interpretato da Mathieu Amalric, un regista teatrale alla ricerca della giusta protagonista che possa interpretare Wanda, per la realizzazione di un’opera teatrale ispirata al romanzo Venere in Pelliccia. Al termine di una giornata poco proficua, si presenta per il provino una donna di nome Vanda (interpretata dalla sensualissima Emmanuelle Seigner, moglie di Polański nella vita reale). E’ subito chiaro che la donna non ha colto l’atmosfera del romanzo, essendosi vestita in pelle e lattice, come se dovesse interpretare uno spettacolo sado-maso. Thomas vorrebbe cacciarla: non arriva quel colpo di fulmine che dovrebbe aiutare il regista nella scelta degli attori protagonisti e Vanda si esprime come uno scaricatore di porto. Dopo lunghe insistenze, la donna si cambia d’abito ed inizia il provino, recitando da pagina 3. Ed ecco la magia. Vanda è Wanda, la sua voce nella recitazione è incantevole, Thomas ne è folgorato.

Tutto il film è ambientato all’interno del teatro (esattamente come Carnage era interamente girato all’interno di un appartamento): il provino iniziale si trasforma nella messa in scena dello spettacolo, per opera dei protagonisti che recitano davanti ad una platea vuota. L’intera vicenda ruota attorno al continuo scambio di ruoli tra dominatore e dominato, così come è nel romanzo. Se inizialmente è Vanda ad essere dominata, con il passare dei minuti tutto cambia, ed è Thomas ad essere soggiogato, nell’interpretazione e nella realtà, da questa donna meravigliosa e misteriosa. Una tensione sessuale che non si consuma mai, poiché i due protagonisti non si sfiorano sino allo scatenarsi definitivo della violenza che si manifesta in uno schiaffo violentissimo. Non lo sappiamo ma stiamo assistendo alla realizzazione di quella famosa teoria su cui tutti i professori di filosofia insistono tanto: la dialettica servo-padrone di Hegel. Per usare le parole del filosofo, non è l’amore che consente all’individuo di farsi riconoscere nella propria autocoscienza, nel proprio essere libero e pensante, ma piuttosto “la serietà, il dolore, la pazienza e il travaglio del negativo”. Il riconoscimento della propria indipendenza passa attraverso un conflitto nel quale un contendente si subordina all’altro nel rapporto servo-padrone. Il signore è chi ha messo in pericolo la propria vita fino ad ottenere una vittoria, il servo è invece colui che ha scelto la schiavitù per salvarsi. L‘inversione dei ruoli secondo Hegel sta nel fatto che “il signore diviene servo del servo ed il servo signore del signore”, infatti il padrone non potrebbe vivere senza il lavoro del servo, mentre il servo si rende indipendente nel lavorare le cose di cui il signore si nutre.


Nel film però accade qualcosa che va oltre: Vanda conosce questa dinamica e decide di far provare a Thomas la vera schiavitù. Il regista perde anche la propria identità e di lui rimane solo un corpo ignorato, alla stregua di una carcassa abbandonata al termine di una lotta, solo, senza più l’altra parte con la quale dialogare dialetticamente.

Un film sublime: nella recitazione, nella messa in scena, e in tutti quei piccoli dettagli (i suoni che accompagnano i gesti dei due attori mentre fingono di bere il caffè, strappare un foglio…) che rendono un lungometraggio un’opera d’arte. Rimane solo un dubbio: Vanda è una Venere, una proiezione onirica del regista, o semplicemente una sciacquetta che vuole farla pagare a qualcuno? Una cosa è certa: “Shiny boots of leather, whiplash girlchild in the dark, come in bells, your servant, don’t forsake him, strike, dear mistress, and cure his heart“.

Roberta Cristofori
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